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Fuore de mi medesimo torna indietro di un passo

FUORE DE MI MEDESMO dalla lettera di Ruzante a Messer Marco Alvarotto

TAM teatromusica

Ideazione e regia MICHELE SAMBIN ; Aiuto regia PIERANGELA ALLEGRO

Interpreti ROBERTO MILANI ; Luci e suoni PAOLO CAFIERO

MICHELE SAMBIN

Produzione TAM TEATROMUSICA VENETO TEATRO

in collaborazione con SANTARCANGELO DEI TEATRI D’EUROPA


TESTIMONIANZE DEI PROTAGONISTI

Il confronto con la tradizione , tema apparentemente così lontano dalla poetica finora espressa dal TAM, nasce da un’urgenza che coinvolge fondamentalmente la mia figura di artista autore-attore contemporaneo.

Una questione di eredità culturale inconscia

Le mie origini (sono nato e vivo a Padova) mi sono sempre parse di poco conto, se messe in relazione al mio fare artistico: non sento particolari affezioni per la mia terra, né di fatto ho mai avuto un effettivo rapporto culturale di scambio con la città in cui vivo.

Il mio pensiero, il mio lavoro artistico hanno sempre tenuto in scarsa considerazione la questione dell’eredità culturale relativa al territorio. Al contrario, la mia ricerca si è sviluppata cercando un linguaggio che potesse avere ascolto in culture diverse, fondandosi su elementi visivi e musicali più che sul linguaggio verbale.

Una comunicazione artistica basata sul rapporto immagine-suono, tesa verso forme di linguaggio universale più che verbali.

Per questo atteggiamento mi sono sempre sentito di appartenere ad una comunità culturale di dimensione europea piuttosto che veneta o padovana.

Tutto ciò è vero se guardo al mio lavoro in termini razionali, ma se mi lascio andare a scavi più profondi dentro il mio essere artista scopro di avere legami, sicuramente inconsci, con la cultura della mia terra, con le mie origini, per cui nutro un sentimento di amore-odio: è dunque su questo conflitto che voglio lavorare.

Esistono infatti alcune coincidenze quasi incredibili che mi portano ad incontrare a questo punto del mio percorso artistico il lavoro di Angelo Beolco, il Ruzante.

Sono figlio di Paolo Sambin, un medievalista che nelle sue ricerche archivistiche ha incontrato, in un primo tempo senza ricercarlo, il Ruzante e dopo averlo incontrato non lo ha più abbandonato continuando una minuziosa indagine sulla vita, le origini, gli incontri dell’autore-attore.

Per queste ragioni Ruzante, per me, è sempre stato una specie di parente, nella mia infanzia e adolescenza ho sentito parlare di lui come altri bambini hanno sentito parlare del loro nonno. Attraverso mio padre ho vissuto le vicende di questo personaggio sicuramente più per empatia, che per diretta conoscenza . Ho la sensazione di "possederlo" senza conoscerlo, di sentirlo mio senza averlo cercato. Come un parente appunto, che ti appartiene per legami che non derivano dalla tua volontà. Un aneddoto può spiegare questo strano sentimento.

Quando i computer non esistevano ancora la ricerca archivistica di mio padre era organizzata per informazioni schedate e contenute in cassettine che dovevano essere di misura esatta per consentire una facile consultazione. Da ragazzino il mio primo lavoro "retribuito" consisteva nel costruire queste cassettine. Per tanti anni, le informazioni derivate da pazienti scavi archivistici tra le quali molte relative alla vita di Beolco si sono accumulate in cassettine. Posso scherzosamente dire di aver "contribuito", nella mia infanzia, alla conoscenza storica del Ruzante e, a modo mio di essere stato in "contatto" con lui attraverso il lavoro di mio padre.

Altro dato curioso. La casa in cui abito dista duecento metri a destra dalla tomba di Ruzante e duecento metri a sinistra dall’Odeo Cornaro, poco più in là, vi è la casa in Contrà Pontecorvo dove abitava Angelo. Ciò significa che poiché vivo in un edificio anteriore al ‘500, abito in una casa dove posso pensare che Angelo abbia messo piede, cammino quotidianamente per strade che anche lui ha percorso.

Non basta. In questo periodo, negli ultimi tempi infervorato dalla lettura dell’opera teatrale ruzantiana, il mio interesse intuitivamente è caduto sul suo ultimo lavoro: "Lettera di Ruzante a Messer Marco Alvarotto", una sorta di testamento poetico.

Parlando con mio padre di questa scelta ho scoperto che il mio primo e unico contatto adolescenziale con il Ruzante recitato è passato proprio attraverso la lettera all’Alvarotto. Ritrovarmi trent’anni dopo ad essere misteriosamente attratto da quel testo di cui evidentemente è rimasto impresso nella mia memoria di bambino non il senso, ma il suon, la mimica, ha per me un valore profondo.

(Una questione di eredità culturale inconscia, da "Tradizione e contemporaneità:un confronto" di Michele Sambin)


L’interpretazione scenica

Il testo ruzantiano che ho scelto non è stato scritto per il teatro. Proprio per questo motivo nel metterlo in scena mi sono sentito libero di costruire un rapporto che nel testo stesso è solo sottointeso. Nella "lettera" sono presenti due soggetti: chi si interroga (Ruzante) e chi risponde (Barba Polo).

Chi si interroga vive le difficoltà e il tormento del vivere, chi può rispondere non appartiene più a questa vita, è nell’aldilà, e quindi, ormai fuori da giochi, può dare la sua visione del mondo. Ho cercato di riferire questo rapporto ad una problematica a me più vicina. Nella mia trasposizione scenica,infatti, chi si interroga è l’artista contemporaneo, sulla scena io stesso, chi può dare risposta è Angelo Beolco, il Ruzante, l’attore di tradizione sulla scena interpretato da Roberto Milani.

"Fuore de mi medesmo" definisce quindi un rapporto, un dialogo tra tradizione e contemporaneità, è la messa in scena di una trasmissione d’esperienze.

In scena un artista a disagio di fronte alla tela bianca, vive le difficoltà di esprimersi. Il suo desiderio di immortalità, che si realizza attraverso la testimonianza del segno pittorico, non riesce a concretizzarsi. Dichiara allora al pubblico la sua impotenza e attraverso le parole di Ruzante esprime il suo disagio, la sua crisi, il suo bisogno di soluzione dei dubbi. Condannato dalla sua stessa condizione di artista invoca disperatamente aiuto chiamando il "suo" Angelo.

L’invocato è Angelo Beolco, l’autore, che avendo vissuto nel passato quella stessa esperienza può ora rispondergli con la voce dell’attore, che racchiude in un unico personaggio le due figure di Barba Polo e Ruzante stesso.

L’artista e l’attore si esprimono con linguaggi diversissimi che appartengono a culture lontane, a due epoche e il cui senso è impenetrabile.

Tuttavia tra i due si stabilisce una comunicazione che, pur non basandosi sul significato delle parole, crea un rapporto di comprensione, una intesa che investe soprattutto il piano emozionale e affettivo.

Il vecchio Barba Polo incita alla ricerca di Madonna Allegrezza come soluzione delle difficoltà del vivere, e metaforicamente dona al giovane artista "i personaggi allegorici" che lo aiuteranno a risolvere il suo dramma.

Attraverso quell’atteggiamento nei confronti della vita, comunicato dall’esperienza del vecchio (la tradizione), il giovane (la contemporaneità) trova la forza per tornare a esprimersi e a lasciare sulla tela i segni che gli assicurano un’ipotesi di immortalità.

(L’interpretazione scenica di Michele Sambin)


RECENSIONI E GIUDIZI CRITICI

Da "il Mattino" Giovedì 27 dicembre 1990

Michele Sambin mette in scena "Fuore de mi medesmo" tratto dal Beolco

RUZANTE TORNA A PARLARCI

Suggestivo dialogo-confronto prodotto da VenetoTeatro

Padova – "Dalla riscoperta dell’opera di Angelo Beolco nel secondo dopoguerra ad oggi, il personaggio di Ruzante ha conosciuto decine di interpretazioni memorabili, sulla scorsa soprattutto degli studi di Ludovico Zorzi e Gianfranco De Bosio: da Cesco Baseggio a Franco Parenti, da Alvise Battain a Gigi Giaretta, da Quinto Rolma a Glauco Mauri, Gabriele Fanti, Vittorio Pregel, Roberto Milani, solo per citarne alcuni dei tanti attori che si sono misurati con un mondo poetico tra i più spregiudicati e originali del teatro italiano, non solo rinascimentale, e con una lingua difficile quale il pavano cinquecentesco. Si sono avuti i più diversi allestimenti: dalla ricostruzione perfetta al libero adattamento, dalla lettura storica a quella dichiaratamente politica, in un crescendo di interesse che ha almeno in parte reso giustizia all’autore padovano dopo il lungo oblio dei secoli scorsi.

Ma nonostante tutti questi precedenti, Michele Samsin, poliedrico artista padovano, tra i fondatori del TAM Teatromusica, è riuscito a mettere in scena Ruzante in modo nuovo, ed è riuscito a farlo- questa era la sfida più importante- rimanendo se stesso, cioè un attore di teatro contemporaneo, rigorosamente multimediale, e nel contempo rispettando la figura e la lingua di Ruzante. Lo spettacolo, prodotto da VenetoTeatro, Festival di Santarcangelo di Romagna e Cooperativa Moby Dick, è infatti un confronto tra Michele Sambin e Angelo Beolco, entrambi calati trasgressivamente

nel proprio tempo. Si intitola ‘Fuore de mi medesmo’ e girerà in primavera …"

Fernando Marchiori


Da "La nuova Vicenza" 9 Dicembre 1991

Sambin del Tam teatro all’Astra

UN SOGNO SULLE "NOTE" DI RUZANTE

Vicenza – "Forse Ruzante non era stato mai tradotto alla platea da una colonna sonora. Così Michele Sambin, del TAM teatromusica di Padova, ha risolto il problema della comprensione del Pavano del 1550 in ‘Fuore de mi medesmo’, in cartellone all’Astra sabato sera.

Con l’invito ad ascoltare,più che a voler capire, si è aperto questo lavoro in cui note e parole vivono in uno straordinario equilibrio, in ottima fusione anche tra modernità e tradizione. Pochi oggetti adornano la scena: dei gradini, una sedia sdraio, un pannello di tela bianca e due pali con dei fili che, attraverso carrucole, muovono alcuni elementi scenici, il tutto giocato sul contrasto tra bianco e nero.,, …

Manuela Donà


Da "Il Giornale di Vicenza" Martedì 10 Dicembre 1991

Terzo appuntamento con "Il piano di Amleto"

NEL SOGNO DI RUZANTE UNA MUSICA ANTICA PER UN TEMPO NUOVO

"… Un allestimento, questo di Sambin, dove gli azzardi sono più d’uno, ma attraversato da una grazia misteriosa e inquieta: quella del suono che si fa musica, del gesto che si stempera in un simbolismo a volte duro e indecifrabile.

Alla fine gli applausi non sono mancati: affettuosi, un tantino sconcertati, molto interrogativi. Ma tant’è, il progetto "Amleto" non va propriamente in cerca di consensi. Il suo intento è proporre, stimolare, aprire qualche breccia, provocare qualche sussulto indignato, sorpreso, curioso. Prosit…,,

Maurizia Veladiano


Da "L’Arena" Martedì 24 Marzo 1992

SAMBIN TRASFORMA UNA LETTERA RUZANTIANA NEL RITO DEL TEATRO

"… La vastità. La vastità è la prima bellezza che si incontra in "Fuore de mi medesmo", il testo di Ruzante messo in scena da Michele Sambin per il Tam teatro al Filippini. Lo scritto di Ruzante è una lettera mandata a messer Marco Alvarotto ‘Da Padova, il giorno dell’Epifania del 1536’, come l’originale recita. Non è opera per la scena quindi, ma Sambin ci ha fatto superare questo pregiudizio fondato su una dimenticanza: il teatro è un rito, oggi si potrebbe dire che è un modo di far verificare un rito che non ha più alle spalle una lunga storia di simboli ma, ma ha la forza e le facoltà di accadere se c’è un uomo, un solo uomo. Un uomo, con la sua esistenza, i suoi dubbi, le sue crisi, la sua gioia e la sua tristezza , i suoi giochi e le sue stanchezze. Un uomo che si legge nelle parole dei libri custoditi e che si trasforma negli oggetti compagni di vita, dando ad entrambe l’anima perché parlino di lui e vivano con noi…,,

Elena Gaiardoni


Da "Il Mattino"di Padova Martedì 31 Marzo 1992

Il Tam mette in scena Ruzante

ALDILA’ DELLE PAROLE SOLTANTO CON I SUONI

"... C’è nelle messe in scena del Tam sempre una grande energia, una vitalità che, repressa a lungo nel corso delle rappresentazioni, poi ad un tratto esplode, con una carica emozionale che ha pochi riscontri nel teatro italiano, non solo di ricerca.

In ‘ Fuore de mi medesmo’, lo spettacolo che Michele Sambin ha tratto da Ruzante e che ha proposto al Teatro delle Grazie nell’ambito della rassegna ‘Teatri Possibili’, questo elemento diventa il centro del gioco teatrale, proprio a partire dalla lettera a Messer Alvarotto di Ruzante e da cui lo spettacolo prende spunto. Nella lettera Ruzante è guidato dall’immaginario personaggio di Barba Polo alla ricerca del senso della propria vita, della propria arte, un senso che è racchiuso in un’immagine di donna che si svelerà essere Madonna Allegrezza, ovvero il vivere in modo pieno, naturale, vibrante, la vita…,,

Nicolò Menniti-Ippolito


Altri articoli in:

"La Gazzetta di Parma" Giovedì 13 Febbraio 1992

LETTERA DI RUZANTE

‘Fuore de mi medesmo’ con Tam

"Avvenire" Domenica 1 Settembre 1991

Teatro. Ruzante a Mantova

LETTERA DEL POETA:MALINCONIA PAVANA

"Il Mattino" di Padova Giovedì 23 gennaio 1992

Convincente prova del Tam all’Accademico di Castelfranco

DIFFICILE MA COINVOLGENTE RUZANTE


MESSE IN SCENA di "Fuore de mi medesmo"

11- 12- 13- 14 luglio 1991 in occasione del XXI Festival di Santarcangelo dei Teatri.

3 dicembre 1991 Teatro dei Rinnovati di Asolo

Stagione teatrale 1991- 1992

7 dicembre 1991 Teatro Astra- Vicenza

Progetto speciale per un nuovo teatro- ottobre 1991- gennaio 1992

14 gennaio 1992 Teatro Modernissimo- Noventa Vicentina

Stagione di prosa 1991- 1992

18 gennaio 1992 Teatro Accademico- Città di Castelfranco Veneto

Stagione di prosa 1991- 1992

Dal 10 al 15 marzo 1992 Teatro Verdi- Milano

Progetto Altri Percorsi

19 marzo 1992 Teatro di Villa dei Leoni- Mira

20 marzo 1992 Teatro Filippini- Verona

Novembre 1991- aprile 1992

26- 27- 28 marzo 1992 Teatro delle Grazie- Padova in occasione di "Teatri Possibili, incontri con il teatro di ricerca"

Marzo- aprile- maggio 1992

8 aprile 1992 Teatro Verdi- Comune di Castel San Giovanni

Stagione teatrale 1992

2 maggio 1992 Teatro Rasi- Ravenna

Progetto Rasi, per un teatro contemporaneo

Stagione teatrale 1991- 1992